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Nove gradi all’ombra

gliamanti

Nove gradi in giardino, terra smossa da non so quali creature del sottosuolo e buio dentro. Complice il gatto mancante all’appello da una settimana e alcuni problemi fisico-social-sentimentali, il buio è al momento pesto. Non so nemmeno se sia opportuno scriverne, temo di finire per fare la vittima e non mi piace.

Volevo semplicemente riflettere su quanto un singolo problema sia in grado di occultare la visione d’insieme riguardo alla propria vita, al valore di essa e di tutta la bellezza che a causa di questo resta inguardata nel mondo.

La prima considerazione che mi viene da fare è riguardo alla serietà del problema.

Facciamo un esempio, mettiamo che a causa di una disfunzione neurologica si scopra che non siete capaci di innamorarvi. Mettiamo che la vostra vita sentimentale sia stata piuttosto deludente fino a questo punto e che quello di innamorarvi fosse uno dei desideri che contano. Uno di quelli che avete aspettato pazientemente, forti dell’interpretazione di Phil Collins in “You can’t hurry love“, su cui avete versato una discreta dose di lacrime e al cui pensiero vi siete crogiolati con un sorriso ebete stampato in faccia nelle calde sere d’estate sulla spiaggia.

E allora cominciate a pensare, a immaginare quale esistenza sia possibile condurre con questo tipo di peso sulle spalle. Ma nessuna ipotesi sembra possibile, perché la vostra mente semplicemente si rifiuta di concepire uno scenario simile. Il classico mondo che ti crolla addosso.

Eppure quello che è successo non toglie nulla al valore e alla bellezza dell’amicizia. Non cambia la soddisfazione per un lavoro ben fatto. Nel mondo continueranno ad esserci la musica, l’arte, il cinema, il cielo azzurro, l’alba tinta di rosa e il tramonto sul mare, i bruchi sulle rose e le volpi nei campi di grano. Solo che è diventato tutto invisibile, qualcuno ha messo un dito sullo spioncino e voi non vi eravate nemmeno accorti che avevano suonato il campanello. Come si fa a tornare a guardare le cose per quello che sono, ad apprezzare quello che prima luccicava, ad essere felici quando ad altri capita ciò che a te non è concesso? (ecco, sono finito a fare la vittima… che l’ultima frase non sia messa a verbale, prego.)

La seconda considerazione riguarda l’incertezza della possibile soluzione del problema e del travaglio che ne può derivare.

Si dice che la speranza sia l’ultima a morire e io l’ho sempre visto come un fatto positivo. Nelle ultime settimane si è parlato molto della vicenda “Stamina”, di questo non-medico che propagandava il suo metodo come terapia per alcune malattie. In questo caso la speranza ha fatto lo stesso lavoro del dito sullo spioncino, ha reso invisibile tutto il resto, ha trasformato il desiderio in ossessione.

Ed è questo il confine che mi preoccupa, il fatto che sto misurando quello che vedo, quello che mi circonda, quello che compone la mia vita, con un metro distorto e con la vista annebbiata. Sembra tutto uguale là davanti, tutto dello stesso colore. Nessuna direzione sembra meglio di un’altra, ma devo comunque continuare a camminare.

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Pubblicato da su 26 gennaio 2014 in Riflessioni

 

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Quando a volte la vita ti coglie di sorpresa

Sono qui a riprendermi il mio tempo, a lavare le stoviglie della cena in un lavandino stranamente sgombro dai residui dei giorni precedenti. La TV è accesa, i gatti dormono sulle sedie e dopo la Littizzetto a “Che tempo che fa” canta Laura Pausini.

Non posso definirmi fan della Pausini, per quanto alcune canzoni mi piacciano.

Ma sono qui, con la sommessa soddisfazione di aver sbrigato tutte le piccole faccende che erano da sbrigare e del tempo tutto mio. Del tempo che non sto sottraendo come al solito a qualcos’altro da fare, qualcos’altro che rimando ad un momento successivo perché non ho voglia di farlo adesso.

Allora mi fermo ad ascoltare la Pausini e devo andare a prendere un fazzoletto, perché la sua voce e le sue parole mi tirano fuori da non so dove un cucchiaino di lacrime. Ho il fazzoletto in mano e mi chiedo perché diamine mi venga da piangere.

Ieri è stato senza dubbio uno dei giorni belli che ricorderò per il resto della vita. Diciamo che potrebbe essere stato più divertente e più… diciamo… più perfetto, ma è stato ugualmente memorabile.

Allora perché mi viene da piangere? Ho pensato che fossero lacrime di felicità, probabilmente in parte lo sono, ma c’è un retrogusto amaro. Ed è il timore di passare ancora una volta accanto alla felicità e di lasciarmela scappare per pigrizia, per trascuratezza, per disattenzione.

Di conseguenza bisogna prendere questo timore, queste lacrime e questa felicità e impastarle insieme, trasformandole in carburante per andare avanti, andare oltre. perché nulla è garantito. E non c’è canzone più adatta di quella che segue per sottolinearlo.

 
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Pubblicato da su 17 novembre 2013 in A casa, Riflessioni, Su di me

 

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Cose belle della settimana – 20-26/ott

Eccoci di ritorno per la seconda puntata. Non mi ricordo quante volte bisogna ripetere una cosa affinché si possa dire che è diventata un’abitudine, ma di sicuro non due. Quindi avanti coi carri.


Dom 20
Quando una persona si fida di te al punto di scegliere la tua spalla per piangere, beh… Forse è il più grande onore del mondo.

Lun 21
Tornando dal lavoro, lo stormo di passerotti che prende il volo tutto insieme dal tetto di una casa.

Mar 22
La mostra fotografica sulla montagna.

Mer 23
Andare a trovare l’amica E (che è in maternità) e tornare a chiacchierare con lei dopo tanto tanto tempo.

Gio 24
La gentilezza delle persone, fine a se stessa.

Ven 25
Scoprire che non importa se è troppo tardi, l’importante è mettersi in gioco.

Sab 26
Poter guardare ad un centimetro di distanza gli occhi che mi tolgono il fiato.

Alla prossima settimana!

 
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Pubblicato da su 26 ottobre 2013 in La cosa bella di oggi

 

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Lezioni inaspettate

È un sapore dolceamaro quello che rimane in bocca dopo che una persona ti ha ferito.

L’amaro arriva dalla consapevolezza che è stato toccato un punto debole, un nervo scoperto, un aspetto del carattere che non ti rende libero, su cui ti rendi conto di dover faticare ancora. Proprio quando la voglia di faticare è ridotta al minimo.

Il dolce arriva dalla pazienza che la persona dimostra nel farti una critica scomoda e irritante, dal fatto che in fondo sta portando questo aspetto allo scoperto perché ci tiene al rapporto fra te e lei. Proprio quando il dubbio sui suoi sentimenti sta toccando il massimo.

La ferita brucia proprio perché arriva da una persona che è vicina, potrebbe non esserlo, ma sei stato tu a lasciarla avvicinare, a volere che si avvicinasse.

La tentazione iniziale sarebbe quella di ricacciare lontano questa persona, in modo che non possa più ferirci con le sue osservazioni. Ma sarebbe negare l’essenza stessa del vivere.

 
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Pubblicato da su 15 ottobre 2013 in Riflessioni, Su di me

 

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Sciroppo contro i rimpianti

A meno che tu non abbia fatto volontariamente del male a qualcuno, eviterei di parlare di errore.

Se adesso ti sembra di aver fatto un errore, dipende dal fatto che adesso hai delle informazioni che prima non avevi.

Hai fatto una scelta in base alle informazioni che avevi ed alle sensazioni che provavi, ed hai scelto ciò che ritenevi più giusto.

Se le informazioni che hai ricevuto non erano corrette, non è colpa tua. Forse potevi verificarle meglio, ma questo è soggetto all’esperienza.

Può darsi che tu non abbia dato il giusto peso alle informazioni che avevi, ma questo dipende sempre da ciò che hai vissuto.

Quello che si può fare, quello che è tuo preciso dovere fare, non domani ma adesso, è prendere la situazione in mano.

Restando nel presente, perché occuparsi delle proprie vicende è l’unico modo per essere liberi.

 
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Pubblicato da su 23 luglio 2013 in Prodotti immaginari, Riflessioni

 

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Tre cose

impossible«Doveva passare un momento dalla nuova casa di lei, per lasciarle alcuni attrezzi.

Lui entrò con la macchina nel cortile interno, passando per il passo carraio e lasciandosi alle spalle il palazzo che dava sul corso. Il cortile era silenzioso, il palazzo che si era lasciato alle spalle schermava tutti i rumori del traffico. Alberi ben curati e aiuole fiorite contribuivano insieme al silenzio a dare al cortile una dimensione quasi irreale se si considerava il fatto di essere al centro della città.

Lei gli fece strada e lui parcheggiò la macchina di fronte al muro assolato. Si salutarono cordiali come al solito, scaricarono le scatole dalla macchina e lei gli fece vedere l’appartamento. Per facilitare le operazioni di pittura i mobili erano tutti fuori posto e raccolti in mezzo alle stanze, facendo sembrare piccolo ogni ambiente. Ma non c’era motivo di dubitare che, una volta messo tutto al proprio posto, sarebbe stato un accogliente rifugio.

Non disse questa parola, perché lui sapeva a grandi linee i motivi che l’avevano spinta a cambiare casa e non era proprio il caso di evocarli, anche solo per sbaglio.

Girarono per le stanze chiacchierando e scambiando impressioni sui lavori da fare, sui colori da dare alle pareti.

Finito il giro scesero entrambi di sotto, lui per andarsene, lei per aprire il cancello. Si salutarono nuovamente ma prima che il saluto potesse dirsi compiuto, lei lo abbracciò. Lui chiuse gli occhi e ricambiò l’abbraccio.

L’abbraccio fu la prima cosa.

La guancia sul collo di lei, il profumo della sua pelle e l’abbraccio che durava ormai troppo a lungo aprirono la strada all’elettricità, così come l’aria umida traccia il percorso per il fulmine. Poi in qualche modo l’abbraccio finì, i due si staccarono e rimasero a guardarsi negli occhi.

Il suo sguardo fu la seconda cosa.

Si potevano vedere mille parole nei suoi occhi, ma non se ne capiva nemmeno una. Lui non sapeva cosa esprimessero i propri occhi, anche perché il fulmine si stava facendo strada a forza di scariche e continuava a rimbalzare da una parte all’altra della sua testa. Sapeva che avrebbe dovuto avvicinarsi per baciarla ma sapeva altrettanto bene che la minima mossa l’avrebbe fatta scappare. Rimase immobile, cercando inutilmente di esprimere a parole ciò che sentiva. Cercando un significato, un riscontro, in quello sguardo che lo abbagliava.

Non capita tutti i giorni di essere ad un passo da un sogno che si avvera. Era chiaro che l’attrazione era forte ed era reciproca. La vertigine lo confondeva. Il mare di possibilità che si sarebbero aperte gli toglievano ogni lucidità mentale. Troppi pensieri tutti insieme e nemmeno una valvola di sicurezza per quella specie di pentola a pressione che era diventata la sua testa.

E poi la terza cosa.

Lei disse “Non posso.” Fece un passo indietro, senza staccare lo sguardo. Ospite scomodo ad un tavolo per due, la frase era stata detta e non poteva essere ignorata. Anche se le loro mani si cercavano, era venuto il momento di salutare.

Lui salì in macchina e si avviò al cancello. In attesa che si aprisse, lei poggiò la sua mano sulla portiera con il finestrino abbassato. Lui gliela prese e le disse “Perché no?”, ben sapendo che non avrebbe capito nulla della risposta.»

Questo momento finisce nella top five dei dieci minuti più vivi della mia vita. Volete emozioni forti? Abbandonate gli stupefacenti e innamoratevi di una ragazza con le idee confuse, costa meno e sballa di più.

E chissà poi se i minuti erano dieci o solo due. La prossima volta devo ricordarmi di guardare l’orologio.

 
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Pubblicato da su 3 giugno 2013 in Storie, Su di me

 

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Friendzoned

Dire ad una persona che ne sei innamorato presenta sempre qualche difficoltà. Specie se sei quasi certo che il sentimento non è ricambiato. È il “quasi” che ti spinge, che incendia le foglie secche della più remota speranza ed il fuoco che ne scaturisce ti abbaglia la mente.

Però era una cosa che ad un certo punto andava fatta, proprio come forse ho già detto, si tratta di andare dal dentista e sentire un po’ di male adesso per poi stare meglio in futuro.

Non mi aspettavo niente di che, ed infatti non è successo niente di che. Certo da parte sua c’era interesse e me l’ha detto chiaramente, che se non fosse stata impegnata non ci avrebbe pensato due volte. Però così non è, ed io capisco che non si può buttare dalla finestra un rapporto di dieci anni per uno che arriva all’improvviso in un momento di difficoltà della coppia. Detto fra noi, quello che non capisco affatto, ma proprio per nulla è quell’altro, che sta da dieci anni con lei ed ancora non è convinto di volerla sposare! A me l’amore ha sempre portato certezze e non dubbi.

Quindi, come da oggetto, “friendzoned”.

Ed io ci sto, dopotutto quello che mi faceva stare male era principalmente il dubbio, il non sapere come leggere i suoi comportamenti (che peraltro nelle ultime settimane avevano già preso la via dell’allontanamento) ed il fatto che provando dei sentimenti per lei a sua insaputa, stessi diventando un pochino falso.

A tutto questo ci abbiamo messo una pezza.

Ancora da rappezzare è invece la sensazione di aver avuto accanto un’anima gemella, la persona giusta al momento sbagliato. Mi mancherà, questo è sicuro, perché temo che non ci potremo parlare più nemmeno da amici, per lo meno non con lo stesso grado di confidenza che avevamo prima. Ma tutto sommato, di lei come amica non vedo cosa dovrei farmene: per usare un paragone alla Bersani è come fare gli sciacqui con la tequila perché non hai il colluttorio. Se mi fermo un attimo e mi racconto le cose come stanno, l’accettavo come amica perché era l’unico modo di averla vicino.

È stata un’esperienza, devo dire. Vado a citare un brano da un libro letto di recente (regalato da chi, ve lo lascio indovinare) che descrive una parte di come mi sento:

Perché le volte che tiri fuori i coglioni, anche se poi li rimetti dentro, per un po’ ti restano addosso. È una specie di strascico […] che continua a mandare spruzzi di energia che colpiscono la gente che passa.

Non so ancora bene cos’ho imparato da tutto questo, vado a dormirci sopra e domani mi sveglierò una persona diversa.

 
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Pubblicato da su 26 febbraio 2013 in Riflessioni

 

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