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Archivi tag: realtà

Piccoli episodi over quaranta

Succede che ti alzi dalla sedia con sicurezza e decisione per andare a prendere un oggetto del quale ricordi perfettamente la collocazione.

Come quella maglia che mi sono tolto dieci minuti fa perché avevo caldo mentre stendevo il bucato al sole; come quelle buste da lettera che ho visto la settimana scorsa mentre riordinavo i cassetti del mobile del soggiorno; come quel cavetto usb inutilizzato nella confezione del vecchio hard disk esterno depositata in cantina.

Quindi, come si diceva, ti alzi, cammini a grandi passi verso il luogo che hai in mente. Gli occhi vedono in anticipo ogni cambiamento di direzione, ogni maniglia da abbassare, porta da spingere e cassetto da aprire. Tutto è teso al concretizzarsi dell’evento: ti sembra di scivolare come una carrucola su di un cavo d’acciaio.

Ma ti sbagliavi.

L’oggetto non è dove la tua mente lo ricordava. Il fatto non viene immediatamente riconosciuto come tale: la tua mente mette in campo i più sofisticati sistemi di distorsione della realtà – roba che neanche un Jedi – per cercare di adattare quello che l’occhio vede al prospetto che si era creata, ma niente… è come cercare di mettere un piolo quadrato in un buco rotondo.

Se in testa avessi un encefalo quad-core potresti anche sperare di mantenere il controllo, ma data la limitatezza delle tue funzioni, questo carico di elaborazione manda i neuroni al 110%: il vissuto corrisponde in parole povere ad alcuni secondi di disorientamento.

Ma ancora non hai accettato la realtà e memore dei tempi in cui l’essere umano era alla mercé dei predatori il cervello è progettato per considerare questo evento come gravissimo: dato che i neuroni sono in loop, tocca ad una sorta di watchdog cerebrale intervenire e per prima cosa marcare come sbagliati i ricordi dell’oggetto in questione.

Tutto il resto è un reboot.

 
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Pubblicato da su 7 maggio 2015 in Storie, Su di me

 

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Trekking soft day 6

Dopo una giornata di autobus, giardinetti della stazione, panino mediocre, treno, macchina, cena dai genitori, chiacchiere coi genitori, macchina, finalmente sono a casa.

Casa.

Che principalmente significa gatti (mi riconoscono ancora!), un bagno tutto per me, una camera da letto silenziosa e tutta per me.

Vorrei per curiosità pesare lo zaino, per sapere quanti chili ho portato a spasso oggi. Ma credo che non lo farò.

Fa parte di una delle lezioni che ho ricevuto in questa settimana di natura, panorami e persone splendide, una lezione relativa al controllo.

Per dire, il compagno di stanza ossessivo compulsivo teneva nota dei chilometri che faceva ogni volta che usava la macchina.

Ecco, pesare lo zaino va in questa direzione. Dell’informazione insignificante e fine a se stessa.

A volte ci si illude che un gesto volto a determinare un certo aspetto della realtà sia necessario. Il punto non è che quell’aspetto sia misurabile o meno. Il punto è che creiamo il bisogno di verificare quello che non ha bisogno di essere verificato.

Ho portato lo zaino per alcune centinaia di metri, l’ho caricato e scaricato dalle spalle per diverse volte, con fatica l’ho issato sul portabagagli del treno, messo in macchina e portato in casa. I miei muscoli ce l’hanno fatta, le mie spalle hanno retto: questo conta.

È proprio una questione di igiene mentale.

Così come scuotiamo via le briciole dalla tovaglia e poi le spazziamo per evitare che attraggano topi e formiche, allo stesso modo bisogna tenere a bada i pensieri: quelli inutili, per quanto innocui, si buttano via.

 
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Pubblicato da su 24 agosto 2013 in A casa, Riflessioni, Vacanza

 

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Oblivion

oblivionVisto!

Sono andato a vederlo credendo che fosse tratto da un racconto di Philip Dick, mentre ho scoperto poi che invece è tratto da una graphic novel, a sua volta ispirata alle tematiche della fantascienza “dickiana”.

La differenza un pochino si sente, ma resta tutto sommato una buona storia, fedele alla filosofia di Dick. Mi piace la sua fantascienza perché non è mai fine a se stessa. Se avete presente film come “Blade Runner” o “Minority Report”, potete comprendere quello che voglio dire. La fantascienza viene usata come strumento, per mettere i personaggi all’interno di una situazione eccezionale, che difficilmente sarebbe realizzabile altrimenti. La tematica degli androidi che provano sentimenti in “Blade Runner”, la determinazione del proprio futuro in “Minority Report”.

Anche in “Oblivion” i personaggi vengono messi alla prova, quando si scoprono custodi di un mondo che non corrisponde a quello che credevano, che quello in cui credono può essere diverso dalla verità e ci devono fare i conti. E allora la scelta è fra il rifiuto e l’accettazione della verità, con tutte le difficoltà che questa scelta comporta.

 

 
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Pubblicato da su 29 aprile 2013 in Al cinema, Film

 

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