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Archivi categoria: A casa

Nel bosco del pensiero

Ci son notti, come adesso, in cui mi sento
cresciuto come un’erba, senza fusto.
Agitato e scosso senza sosta da ogni vento.
Segretamente vorrei trovare un posto
dove poter sostare zitto,
ad osservare il gesto dell’accetta
sicuramente mossa da un ometto
intento a dare forma al suo progetto.

 
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Pubblicato da su 21 luglio 2015 in A casa, Poesie, Su di me

 

Come vapore sospeso

All’inizio è difficile spiegare la sensazione. Poi la mente mette a fuoco e proietta immagini, fino ad arrivare a definirla.
È sentirsi dentro un carico di parole e di concetti, qualche volta anche banali, che ti farebbe piacere tirare fuori, dar loro un ordine, guardare un po’ dall’esterno.
E invece non esce nulla.
Resta tutto chiuso dentro, le parole ben distanziate le une dalle altre, i concetti isolati dal loro contesto, a galleggiare in un mare mentale generalmente poco mosso.
È come con la pioggia o la neve: l’acqua che li forma se ne sta sospesa in aria a formare gigantesche e soffici nuvole, ma se non trova un nucleo attorno al quale condensarsi e, per la neve, ghiacciare, non c’è verso di farla scendere a terra.
Allo stesso modo le parole sono ferme nella mia testa, aspettando una virgola che le unisca, un movimento che le faccia appiccicare, perché si crei la massa che attirerebbe altre parole e tutto venga giù in una cascata di frasi.

 
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Pubblicato da su 16 aprile 2015 in A casa, Su di me

 

Il fotografo ambulante

Aveva deciso di fare il fotografo ambulante.

Ai tempi delle macchine fotografiche digitali e degli smartphone certo non era un mestiere facile.

Al giorno d’oggi l’immagine è diventata immediata, non solo. È diventata orizzontale, alla portata di tutti. Avrebbe potuto distinguersi scegliendo di fare il reporter, mettere in campo il suo gusto per l’immagine, ma era un tipo testardo. Quando si era messo in testa una cosa doveva andare fino in fondo, a costo di sbattere la faccia contro il muro del fallimento.

Per cui se ne andava in giro con il suo treppiede, la sua macchina del fine ‘800 ed il bauletto delle lastre non impressionate, guardando le automobili con motore ibrido come se fossero carrozze a cavalli.

All’inizio non era stato facile: la gente lo evitava come si fa con i venditori ambulanti o con i lavavetri ai semafori. Non avevano il coraggio di dirgli in faccia quello che pensavano di lui, né tantomeno avevano bisogno di farsi una fotografia. Per cui lo evitavano.

I primi ad incuriosirsi erano sempre i bambini. Lo vedevano come un personaggio delle favole. Pensavano che in quella strana macchina ci fosse qualcosa di magico e di conseguenza fermavano i genitori. Ormai la dinamica era chiara e lui ne approfittava un po’ battendo le vie del centro dove stavano i negozi di giocattoli.

Questo risolveva la questione dell’aggancio, ma restava il problema di convincere i genitori a farsi fotografare. Soprattutto convincerli a pagare per una cosa di cui potevano fare a meno. Ecco, qui veniva in aiuto la sua abilità nel chiacchierare, nel fare il complimento alla signora per l’acconciatura se sentiva odore di lacca, nel lanciare una battuta sulla partita della domenica prima se il signore aveva l’accendino di questa o quella squadra.

Così il genitore si fermava, si faceva la foto e tornava a casa con la sua lastra impressionata, scherzando con il proprio figlio o figlia del buffo signore appena incontrato.

Non era mai tornato indietro nessuno per lamentarsi di una foto venuta male. In effetti sospettava che quelle lastre fossero ormai talmente vecchie da non poter più reagire alla luce che ricevevano. La cosa curiosa era che invece ogni tanto qualcuno tornava per farsi fotografare ancora. Lui non si chiedeva il perché, agganciava il bambino e il genitore come se non li avesse mai visti e faceva loro una nuova foto. Senza preoccuparsi.

Se lo avesse fatto, avrebbe guastato l’atmosfera: quei cinque minuti di aria da favola che aleggiavano nei pochi metri attorno alla macchina fotografica, che univano lui, il genitore e il bambino.

Quei cinque minuti che erano esattamente ciò che lui andava vendendo.

 
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Pubblicato da su 28 dicembre 2014 in A casa, Storie

 

Ci vediamo domani

Sono le tre parole più belle, oggi.

Dopo che sono state dette, lasciano una scia come una stella cadente che porta con se un desiderio già espresso.

Ma, sono parole. La scia che hanno lasciato deve poi essere percorsa, la luce che hanno proiettato deve essere fissata come in una fotografia.

E la fotografia deve poi essere animata, deve acquistare corpo, entrare nella realtà e fare in modo che il bagliore del desiderio che si è espresso sia permanente.

E resti ad indicarci che, si, un domani esiste ed è li per essere vissuto.

 
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Pubblicato da su 12 agosto 2014 in A casa, Su di me

 

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Rendezvous

Per la prima volta, come specie umana, stiamo per mettere un satellite artificiale in orbita attorno al nucleo di una cometa e a poche settimane dall’evento si scopre che il nucleo suddetto ha più o meno la forma di una papera di gomma (aspettate un momento che si carichi l’animazione).

67p-anim

È la sonda Rosetta, una missione dell’Agenzia Spaziale Europea che ha l’ambizioso compito di portare una sonda robotica (Philae) sulla superficie della cometa 67P/Churyumov-Gerasimenko per vedere di preciso di cosa è fatto. Dato che le comete sono allo stesso tempo i mattoni e i rimasugli della formazione del nostro sistema solare, l’idea è cercare di capire meglio come sia stato possibile che da una massa informe di materia siamo venuti fuori tutti noi. Un po’ come se cercassimo di capire dalle briciole sulla tovaglia cosa si sono mangiati quelli che erano seduti al tavolo.

Ma la storia della missione è davvero affascinante.

A partire dal lancio, poco più di dieci anni fa, è una storia di successi, delle piccole tappe tutte necessarie al raggiungimento dell’obiettivo finale. Raggiungere la cometa significa percorrere un sacco di strada e spendere un sacco di energia. E la sonda è piccola. Per cui per prendere velocità sono state sfruttate ben quattro spinte gravitazionali (effetto fionda), tre attorno alla Terra e una attorno a Marte. Nel suo tragitto, giusto per non stare con le mani in mano, Rosetta ha fotografato un paio di asteroidi trovati sul suo cammino, “2867 Steins” e “21 Lutetia”. A questo punto, non avendo nulla da fare per un po’, la sonda è stata ibernata e lasciata nello spazio profondo per risparmiare energia. Prima di metterla a dormire però, a Rosetta è stata messa la sveglia, impostata per suonare nel tardo pomeriggio dello scorso gennaio, dopo due anni, sette mesi e dodici giorni di sonno. Al risveglio, Rosetta era programmata per riattivare i sistemi di comunicazione e, diciamo così, “telefonare a casa” per dire “Tutto bene!”.

Ora, penso che tutti sappiate cosa significhi aspettare una telefonata ad una certa ora e questa telefonata non arriva…

Pronto? È Rosetta!

Dopo il risveglio sono ricominciate le pazienti manovre di avvicinamento alla cometa e ora ci siamo, proprio questa mattina è iniziata la manovra di inserimento nell’orbita della cometa e sono davvero curioso di vedere come proseguirà questa avventura.

L’Agenzia Spaziale Europea ha preparato una quantità di video piuttosto simpatici che raccontano la favola di Rosetta e del suo passeggero Philae, ve ne metto un paio in italiano.

Al di là del lato scientifico, quello che continua ad affascinarmi dell’esplorazione spaziale e della tecnologia è sempre il lato umano. Dietro queste missioni, ci sono persone che si mettono attorno ad un tavolo, condividono idee, si pongono obiettivi, investono tempo. Soprattutto guardano oltre. Lo sconforto mi prende quando invece di guardare in alto rivolgo lo sguardo al pianeta, dove i popoli non sono capaci di trovare soluzioni per convivere e continuano invece a scegliere di farsi del male a vicenda.

 

 
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Pubblicato da su 6 agosto 2014 in A casa, Riflessioni

 

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Thursday thirsty thoughts

È quel periodo dell’anno in cui la micia inizia a preferire di dormire fuori e si arrotola nella cassetta di plastica sopra agli stracci.

Ne approfitto anch’io, me ne esco con una lattina di birra e mi siedo di fuori, ad annusare l’aria che sa di prato appena tagliato.

Intorno c’è solo silenzio, al massimo qualche cane che abbaia e qualche motore sommesso in lontananza. Se guardo verso la collina non ci sono nemmeno le luci, solo buio.

Il buio avvolge in ogni momento metà del pianeta. È un mondo così vasto… Come si fa a scegliere dove stare? Come si fa a scegliere con chi stare?

Da lontano sento zampettare, arriva il riccio. La micia non se ne preoccupa e continua la sua toeletta. L’ho sempre saputo che in fondo in fondo, sono un po’ gatto anche io.

 
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Pubblicato da su 29 maggio 2014 in A casa, Su di me

 

Da piccolo mi piaceva giocare coi LEGO

Sto guardando “Il Testimone” di Pif, la puntata è su Roberto Saviano e improvvisamente mi vengono in mente i LEGO.

Io continuo ad avere questa singolare dinamica mentale, per cui normalmente ho l’encefalogramma piatto e la mente sgombra e ad un certo punto qualcosa che sento, che vedo, un odore o un rumore, mi aprono delle voragini nella memoria e si vede il fondo di un ricordo.

Ma, si diceva, LEGO.

Prima ancora di conoscere l’origine danese del gioco, ho preso confidenza con i mattoncini, con le varie misure in altezza e in larghezza. La moquette della cameretta è diventata di volta in volta asfalto, sabbia, acqua, prato e non so più nemmeno io cos’altro.

Mi sono venuti in mente i LEGO perché sentendo Pif parlare della vita di Saviano, ho pensato a quanto è necessariamente destrutturata, per non offrire punti deboli dati da situazioni ripetitive.

Sono successe davvero tante cose nelle ultime settimane, nessuna buona in se. E mi sono ritrovato a pensare che in questo momento mi sento più o meno così, come i LEGO. Diviso in tanti pezzi, ognuno di diversa forma e colore, e non si capisce quale debba essere messo sopra e quale sotto. Non si capisce da dove cominciare, quale pezzo sia importante e quale no. Di sicuro mi serve qualche pezzo che non ho mai avuto e me lo devo procurare nuovo.

Sono anche un po’ spaventato a dire il vero, perché non so cosa ne verrà fuori. Fino ad ora credo di aver sempre cercato di ricomporre i pezzi nella forma che ricordavo avessero, in una forma che riconoscevo mia. Adesso è come se non avessi le istruzioni. Ma probabilmente non c’è una forma migliore di un’altra, avere le istruzioni, seguire uno schema, serve appunto a non avere paura.

Infine ci sono queste lacrime che non scendono, ma non so se sia un bene o un male. Non so se mi coglieranno di sorpresa o se diventeranno anche loro un nuovo mattoncino.

 
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Pubblicato da su 27 maggio 2014 in A casa, Su di me

 

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