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Il fotografo ambulante

28 Dic

Aveva deciso di fare il fotografo ambulante.

Ai tempi delle macchine fotografiche digitali e degli smartphone certo non era un mestiere facile.

Al giorno d’oggi l’immagine è diventata immediata, non solo. È diventata orizzontale, alla portata di tutti. Avrebbe potuto distinguersi scegliendo di fare il reporter, mettere in campo il suo gusto per l’immagine, ma era un tipo testardo. Quando si era messo in testa una cosa doveva andare fino in fondo, a costo di sbattere la faccia contro il muro del fallimento.

Per cui se ne andava in giro con il suo treppiede, la sua macchina del fine ‘800 ed il bauletto delle lastre non impressionate, guardando le automobili con motore ibrido come se fossero carrozze a cavalli.

All’inizio non era stato facile: la gente lo evitava come si fa con i venditori ambulanti o con i lavavetri ai semafori. Non avevano il coraggio di dirgli in faccia quello che pensavano di lui, né tantomeno avevano bisogno di farsi una fotografia. Per cui lo evitavano.

I primi ad incuriosirsi erano sempre i bambini. Lo vedevano come un personaggio delle favole. Pensavano che in quella strana macchina ci fosse qualcosa di magico e di conseguenza fermavano i genitori. Ormai la dinamica era chiara e lui ne approfittava un po’ battendo le vie del centro dove stavano i negozi di giocattoli.

Questo risolveva la questione dell’aggancio, ma restava il problema di convincere i genitori a farsi fotografare. Soprattutto convincerli a pagare per una cosa di cui potevano fare a meno. Ecco, qui veniva in aiuto la sua abilità nel chiacchierare, nel fare il complimento alla signora per l’acconciatura se sentiva odore di lacca, nel lanciare una battuta sulla partita della domenica prima se il signore aveva l’accendino di questa o quella squadra.

Così il genitore si fermava, si faceva la foto e tornava a casa con la sua lastra impressionata, scherzando con il proprio figlio o figlia del buffo signore appena incontrato.

Non era mai tornato indietro nessuno per lamentarsi di una foto venuta male. In effetti sospettava che quelle lastre fossero ormai talmente vecchie da non poter più reagire alla luce che ricevevano. La cosa curiosa era che invece ogni tanto qualcuno tornava per farsi fotografare ancora. Lui non si chiedeva il perché, agganciava il bambino e il genitore come se non li avesse mai visti e faceva loro una nuova foto. Senza preoccuparsi.

Se lo avesse fatto, avrebbe guastato l’atmosfera: quei cinque minuti di aria da favola che aleggiavano nei pochi metri attorno alla macchina fotografica, che univano lui, il genitore e il bambino.

Quei cinque minuti che erano esattamente ciò che lui andava vendendo.

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Pubblicato da su 28 dicembre 2014 in A casa, Storie

 

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