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Non mi interessa per cosa è stato progettato

08 Ago

Oggi: primo giorno di ferie. Se ne sentiva davvero un gran bisogno da queste parti. Il tempo è brutto da ieri, il cielo è stato quasi sempre coperto. Ha piovuto dapprima come in una meravigliosa giornata autunnale, per concludere poco fa in crescendo con un nubifragio e con la grandine. Adesso, lo sgocciolio di ogni singola foglia della siepe è il modo della pioggia di partecipare alla sinfonia della natura e la conseguenza principale è che fuori ci sono diciassette magnifici e brividosissimi gradi.

Ho spalancato le porte per meglio godere di quest’opportunità 🙂

Mi sono alzato questa mattina ad un’ora dignitosa, cioè non troppo presto per offendere il giorno di ferie, nè troppo tardi per cadere nell’accidia. Ho messo a scaricare un po’ di film che dovevo vedere da tempo. Il primo l’ho visto stasera, “Noi siamo infinito“, magari ne scrivo tra qualche tempo. Non so come spiegarlo, ma mentre andavo dai miei oggi pomeriggio per aiutarli a sistemare casa ho avuto una sensazione meravigliosa.

Guidavo (a me piace tanto guidare) ed avevo l’esatta percezione di tutto ciò che mi circondava. Sentivo il piede sinistro poggiato a lato della frizione, il piede destro premere leggermente sull’acceleratore, le mani andavano dal volante al cambio alle leve dei comandi, gli occhi guardavano la strada nella sua interezza (non solo la macchina davanti, non solo i segnali, proprio tutta la strada nel medesimo istante) dedicando i momenti necessari agli specchietti. Un’overdose di midichlorian, se mi passate il paragone “starwarrioso”.

E fra una rotonda e l’altra i pensieri andavano liberi, così mi sono ritrovato in mano questa frase, che nel film “Apollo 13” viene attribuita al direttore di volo Gene Krantz:

“Non mi interessa per cosa è stato progettato. Mi interessa che cosa può fare.”

Krantz parla del modulo lunare. Visto che la missione non va più sulla Luna per l’incidente, il LEM non serve più a quello per cui doveva servire ma viene impiegato in maniera più creativa, dato che ha i sistemi di sopravvivenza per delle persone ed un motore funzionante per correggere la rotta.

Ci ho pensato un po’ su ed ho concluso che questo concetto mi appartiene proprio. Sul lavoro, nelle faccende di casa, io ragiono sempre così. Ho bisogno di un imbuto per riempire la vaschetta dei tergicristalli? Prendo una bottiglietta da mezzo litro vuota, la taglio in due e la uso rovesciata. Devo tagliare il nastro adesivo di un pacco? Non sto a cercare le forbici, prendo una graffetta dalla scrivania, la allargo e uso il filo di metallo. Un barattolo è un portapenne all’occorrenza, la paletta della spazzatura è un fermaporta se infilata fra l’anta e il pavimento. Nulla è solo quello che sembra, sotto c’è sempre qualcosa di più, qualcosa che non abbiamo ancora capito, qualcosa che nessuno ha ancora pensato.

Sono stato tutto il pomeriggio con questo pensiero in testa e arrivato a sera mi chiedo se questo modo di fare, che mi è tanto familiare con gli oggetti, non si possa applicare anche alle persone.

Ripenso a tutta la vicenda con l’amica A (prometto che poi lascio cadere l’argomento per un po’) ed alla fine considero che io non so un bel niente del perché lei si stia comportando come si comporta. Se lo fa apposta, se vorrebbe fare diversamente ma non riesce, se è il suo modo naturale di comportarsi. Tutto questo, alla fine, non mi interessa, questo fa parte del “prima”, del passato, del “come è stato progettato”. Quello che mi interessa, anche in questo caso, è vedere che cosa si può fare. Da qui in avanti. Con uguale serenità, nel migliore e nel peggiore dei casi.

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Pubblicato da su 8 agosto 2013 in A casa, Riflessioni, Su di me

 

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